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Sacchi: «Solo io e Berlusconi abbiamo creduto sin da subito allo scudetto 1988»

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30 anni fa lo scudetto firmato Sacchi, primo scudetto firmato Berlusconi. Quello che di fatto ha aperto un grande ciclo.

Come dimenticare il primo scudetto dell’era Berlusconi. Intercettato da Sportmediaset, in occasione del trentennale di quel trionfo, Arrigo Sacchi ha voluto ricordare così il 1988: «La società veniva davanti a tutti noi. Senza il presidente Berlusconi nulla sarebbe stato possibile. Lui ce lo diceva sempre: si può far diventare possibile l’impossibile. Berlusconi credeva nello scudetto, e anch’io mi convinsi in fretta. Ma la squadra non era pronta. Ricordo che Tassotti mi disse: ‘Mister, oltre al quarto passaggio non riusciamo a pensare. Va bene il primo, il secondo, ma poi si fa dura’. Questa fase è durata un po’, ma poi piano piano vedevo che i ragazzi si stavano convincendo che era possibile un altro calcio. E fu la svolta. Ricordo bene l’inizio difficile, ricordo anche la partita persa a dicembre a tavolino con la Roma (il petardo che a San Siro colpì Tancredi, ndr). Però l’attenzione negli allenamenti cresceva, i calciatori cominciavano a venire sempre prima agli allenamenti e si fermavano più del previsto. C’era una voglia incredibile di migliorare partita dopo partita. Capii che si poteva vincere, anche contro Maradona, in assoluto il calciatore più forte e difficile da battere tra tutti quelli visti in questi decenni. Mi dava grande soddisfazione vedere crescere i sincronismi. Il presidente Berlusconi era stato chiaro: bisognava vincere, giocare bene, farsi apprezzare anche dai rivali. La missione era chiara, bisogna giocare da squadra per esaltare i singoli. Questo è un concetto che anche oggi non appartiene a quasi nessuno, in Italia. E non mi riferisco solo al calcio. E poi serviva, e serve, l’ossessione. Cesare Pavese diceva: ‘Non c’è arte senza ossessione’. Ricordo ancora l’applauso del San Paolo quando l’1 maggio 1988 battemmo il Napoli nella sfida scudetto. Avevano Maradona, ma ci applaudirono. Vincere riesce a tanti, vincere così è molto più difficile. Van Basten? Era l’intelligenza collettiva a fare la differenza. Poi Van Basten era meraviglioso, certo. Riuscimmo a fare innamorare tutti grazie a questo. Pensi che il primo anno avevamo 30mila abbonati, il secondo 60mila. La vera vittoria era quella…».

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