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Editoriale

La grande opportunità

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Il calcio tra gli errori di ieri e le soluzioni per un domani migliore. Meriti e privilegi: la linea sempre più netta tra i calciatori e il resto dell’umanità. Valori e proporzioni da ritrovare: riflessioni in quarantena.

Cambieremo il modo di pensare e di dare valore alle priorità. Davanti a questo stallo, con economia, lavoro, sogni congelati fino a data da destinarsi, abbiamo tutti più tempo per riflettere. Riflettere su ciò che può farci diventare uomini e donne migliori a ogni lato di mondo viviamo, a ogni angolo volgiamo il nostro sguardo. È il momento ideale per ricreare la proporzione delle cose e ritrovarla, il tempo che stiamo attraversando ce lo chiede e in taluni casi ce lo impone. Ci sono in gioco vite umane oggi, la partita si fa seria per davvero e non possiamo gestire male un solo passaggio, un solo tiro, un solo cross verso il futuro.

Tacciateci pure se ne avete il coraggio, puntateci il dito, chiamateci “tifosi da bar” o portatori di sana utopia, ma per noi è arrivato il momento storico di affrontare un grosso, anzi enorme problema: gli ingaggi. Il calcio deve frenare una volta per tutte e diventare più umano. Un medico che salva una vita non può contare meno di un attaccante che segna valanghe di gol. Il suo stipendio non può valere un millesimo di quello percepito da un “campione”, un Pallone d’Oro o presunto tale.

Di quelle fresuccole (concedetemi il termine) da grandi pensatori, sognatori e orfani di un calcio-poesia che fu vero, forse, solo Oltremanica alle sue origini, la verità è che oggi fa rumore ogni minima parola. Sono frasi di rispetto e hanno tutto il diritto di esistere e coesistere nelle tante analisi di queste settimane. Un medico vale decine, forse centinaia di volte un calciatore e deve potersi sentire più utile e importante di un ragazzo che scende in campo per giocare, pur lavoratore che sia. Vanno rivisti diritti e privilegi. L’infermiere che rischia la sua vita da un mese per salvarne altre è il vero eroe e quando tutto questo finirà dovremo ricordarcelo bene, molto bene, non soltanto a parole. Agli eroi vanno i privilegi più grandi, i meriti e i riconoscimenti d’onore, a tutti gli altri va il giusto, l’equilibrato compenso, la misura condizionata da un sistema gerarchico chiaro e rispettoso di ogni ruolo e ambizione, di ogni traguardo, di ogni partita da giocare e da vincere. Seria e meno seria.

Il calcio d’elite – il calcio dei grandi intendiamoci – ha davanti a sé un’opportunità unica, l’occasione: scendere una volta per tutte da quel piedistallo dorato che si è costruito a misura in decenni di interessi economici, business e regole ad arte. Non basta oggi essere veicolo di beneficienza se la distanza umana tra chi pratica sport in uno stadio e chi osserva sugli spalti le sue gesta è chilometrica. Serve ritrovare nel sistema una dimensione di buonsenso, non solo quello dei monte ingaggi ovviamente. Il calcio deve tornare guida di sani pensieri, esempio, metodo, luce per affrontare i grigiori della vita. Deve tornare a essere forza motivazionale e spinta per i più deboli. Faro, poesia.

Mi disgustano oggi le parole e le visioni di presidenti e dirigenti determinati a trovare una soluzione per riaccendere il motore il prima possibile. Gentaglia a cui andrebbe tolto subito il ruolo decisivo e autoritario che ricoprono. I campionati non ripartono, non devono ripartire, e non ha senso oggi valutare date e modalità di ripresa. Non ha alcun senso. Entriamo così facendo nel frullatore fin troppo carico delle assurdità. Ogni valutazione sul tema andrà fatta alla fine di questo incubo, dovrà tutelare la salute di tutti e pertanto dovrà dipendere da ciò che governi e scienziati identificheranno quale migliore via d’uscita. Gli interessi personali devono lasciare spazio al bene della collettività. Sembra scontato dirlo, ma se dobbiamo fermarci e pensare a dove ahinoi siamo arrivati, su quel piedistallo fin troppo luccicante e “prezioso”, per pochi, è perché in fondo quindi non è poi così scontato.

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