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Analisi

Un nuovo stadio per Milano: tre «sì»

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Un nuovo stadio per la Città di Milano. Il “grande tema” verrà scongelato superata l’emergenza Coronavirus. Abbandonare San Siro oggi è la soluzione migliore.

Un nuovo stadio a poche centinaia di metri dal “Meazza”, da costruire nell’area oggi occupata dal parcheggio in superficie utilizzato dal pubblico durante gli eventi. San Siro, quello attuale e inaugurato nel 1926, verrebbe abbattuto, salvo qualche elemento strutturale ed estetico da conservare in ricordo dei tempi che furono. Con l’insorgere dell’epidemia di Coronavirus il dibattito ormai su scala nazionale ha subìto una brusca frenata, ma il “grande tema” resta vivo e tornerà al centro della scena superata la fase critica dell’emergenza.

Accantonati sentimentalismi conservatori dei romantici del passato e degli affezionati delle domeniche alla “Scala del Calcio”, per molti ancora oggi “lo stadio più bello al mondo”, proviamo a concentrarci su almeno tre motivazioni legate al perché San Siro sia giusto abbatterlo in favore della nascita di un nuovo grande impianto.

Struttura e confort, problemi e costi

Il “Giuseppe Mezza“, nome che venne attribuito a San Siro nel 1980, resta probabilmente “lo stadio più bello al mondo” – aggiungiamo, condividendo il pensiero, solo quando l’atmosfera supera i 70.000 spettatori – ma non certo il migliore di tutti. La visuale da ogni settore è ottimale, spettacolare anche ai livelli più alti, ma il confort paragonato a quello degli stadi più moderni supera a malapena nelle classifiche di valutazione le due stelle su cinque. Seggiolini scomodi e datati, locali di servizio fatiscenti nonostante l’impianto abbia registrato negli anni ristrutturazioni mirate e importanti migliorie anche per rispettare i rigidi paletti imposti dalla UEFA.

Esclusi pochi settori privilegiati al primo anello, non sono previste per il pubblico aree di ristoro e intrattenimento a corredo dell’evento centrale, sia esso una partita di calcio di Milan o Inter oppure un concerto. L’attuale impianto è un contenitore passivo, senza un motore che lo animi ore prima di una manifestazione o in assenza di grandi eventi. Inoltre, la capienza ufficiale (e limitata) di 75.923 posti a sedere raramente si esaurisce con continuità, se non durante i grandi concerti.

Il terzo anello, poi, costruito in occasione del Mondiale del 1990 e aperto durante la stagione sportiva soltanto in rare occasioni ha costi di manutenzione annui non indifferenti. Proprio quest’area, sostenuta da undici torri cilindriche da trent’anni simbolo del “Meazza”, la scorsa stagione è stata oggetto di misurazioni di ingegneri e tecnici a seguito di un problema di vibrazioni anomale; nasce da qui la soluzione di ridurre di 2.000 posti i settori più alti delle tribune blu e verde (ritenuti in parte inagibili) e coperti oggi con alcuni teloni. Per queste improvvise problematiche gli esperti tendono a escludere una completa ristrutturazione, ipotesi che non vede luce anche perché influenzata dalla non totale libertà della struttura: la tribuna arancio è quasi “appoggiata” all’Ippodromo del trotto di San Siro, vincolo quindi di possibili strategiche espansioni (in tema, anni fa, si parlò di creare un quarto anello, una “corona” di attività commerciali che sarebbe dovuta sorgere attorno alle undici torri).

Il nuovo stadio, la cui capienza verrebbe abbassata di almeno 20.000 unità, sarebbe più facilmente gestibile nei piani di manutenzione e garantirebbe sempre il cosiddetto “colpo d’occhio”.

Proprietà e ricavi, il modello inglese

I numeri non dicono tutto, spesso però aiutano a trovare la soluzione. Non è certo un caso che otto delle prime dieci società di calcio con più alto ranking UEFA non solo abbiano lo stadio di proprietà (escluso il PSG), ma contino nei rispettivi bilanci i più alti ricavi nel settore. Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, Juventus, Paris Saint-Germain, Liverpool, Manchester United e Arsenal la scorsa stagione hanno incassato in media 112,9 milioni di euro ciascuna “dalle attività legate allo stadio” (fonte Deloitte). L’Italia arranca: la Juventus ha messo a bilancio in verità 66 milioni, meno della metà rispetto ai ricavi del Barcellona che ha raggiunto quota 159. Il Milan è al 17° posto con 34 milioni di euro, l’Inter è due gradini più in su dei cugini e ne conta 51. Per tornare competitiva nelle massime competizioni all’estero, l’Italia dovrebbe studiare attentamente il modello inglese. La Premier League è il campionato più rappresentato in questa speciale classifica con 6 squadre nelle prime undici posizioni e, anche qui, non è un caso se Tottenham e Liverpool, Chelsea e Arsenal la scorsa stagione siano andate fino in fondo in Champions e in Europa League.

Il nuovo San Siro verrebbe vissuto in comproprietà tra Milan e Inter, soluzione che avanzerebbe problematiche di pianificazione dei singoli eventi e un calendario condiviso, ma che consentirebbe allo stesso tempo a entrambi i club l’abbattimento dei costi sia durante la fase di costruzione sia in quella di gestione e manutenzione.

Una capienza più ridotta, inoltre, offrirebbe nuove opportunità strategiche di ticketing, da tener conto già in fase di progettazione al fine di rendere ottimale la suddivisione delle tribune. Resta da capire come potrebbe invece districarsi il nodo sui naming rights, ossia i diritti di sponsorizzazione legati al nome del nuovo impianto “a scopo pubblicitario”, ma questo è un capitolo a parte non prioritario e che in ogni caso contribuirebbe a riempire il portafoglio di entrambi i club.

Il nuovo San Siro darebbe spinta al futuro di Milan e Inter. In campo pulserebbe l’evento della domenica o del martedì sera, ma è attorno ad esso che lo spettatore vivrebbe appieno la sua nuova fan experience: bar, concept store, media center, spazi di intrattenimento per famiglie, per i più piccoli, musei e ristoranti. Una vera e propria “cittadella del pallone” sveglia sette giorni su sette.

Un nuovo stimolo sociale

A sicurezza, confort e ricavi fondamentali per mettersi al passo dei grandi club europei, si è aggiunta in questi mesi una terza necessità non certo minore. Anzi, definirla prioritaria non è affatto sbagliato. Milano, come molte città nel mondo, sta attraversando un silente cambiamento sociale imposto dall’emergenza Covid-19. Il pianeta ha fermato il suo motore e deve necessariamente riattivarlo. Oggi si inizia a parlare di “fase 2” e di misure di ripresa lente e puntuali, valutate con estrema cautela, ed è chiaro che per tornare alla normalità ci vorranno mesi, forse anni. Forse la normalità non sarà più la stessa di prima, cambieranno abitudini e comportamenti di cittadini e nazioni. In questo contesto, la nascita di un nuovo stadio per Milano potrebbe significare molto di più, andare oltre alla somma di funzioni e guadagni.

Il nuovo San Siro darebbe una spinta in più alla rinascita sociale della Città. Ma sarebbe anche un vettore per rilanciare parte dell’economia della metropoli, anche soltanto con l’indotto che si verrebbe a generare dalle attività collaterali il prodotto sportivo. Potrebbe restituire lustro europeo all’immagine cittadina, sulla scia, peraltro, del processo di trasformazione che nell’ultimo decennio ha coinvolto l’area nord-ovest di Milano: la riqualificazione del Portello, il quartiere della storica Fiera Campionaria dove oggi sorge anche la nuova sede del Milan, Casa Milan, e le torri Isozaki, Hadid e Libeskind (in costruzione). Un parco e un’area residenziale. Il quartiere dista cinque minuti in auto dal “Meazza”. La nascita di un nuovo stadio potrebbe quindi rientrare anche nello sviluppo urbanistico e strategico della Città, sfruttando la coda dei grandi interventi connessi allo svolgimento dell’Expo 2015.

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