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Editoriale

Anche il calcio riparta dai balconi

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Oggi il campionato di calcio di Serie A si sarebbe fermato. Ultima sosta per le nazionali e il loro viaggio verso Euro 2020. L’Europeo è saltato, anzi è slittato di dodici mesi e il campionato in Italia (ma anche in altri Paesi probabilmente) resterà fermo ancora per molti weekend. Ma la nostra domenica, oggi, è un po’ più normale delle domeniche in quarantena di cui ormai siamo fedeli domestici. No, oggi non ci vedremo allo stadio, oggi saremo distanti ma vicini sui divani di casa in attesa della prossima giornata, che però non ha ancora una data e a dirla tutta nemmeno una forma.

Il virus che sta offuscando ogni visione ha già allontanato dalla nostra quotidianità curve di vita alle quali eravamo volenti o nolenti affezionati, ma non potrà mai vincere sulle nostre abitudini e la pausa del campionato di Serie A, che da tradizione guardiamo come una tempesta passeggera, è una di quelle che sotto sotto ci sono sempre servite (per staccare e volgere lo sguardo altrove, senza pensare sempre e solo al pallone). Una di quelle noiose abitudini che oggi, in questa domenica per noi calciofili più normale di altre, ci rende meno soli e più vicini.

Questo virus però cambierà anche quelle, devastante lascerà un segno che ci porteremo dietro (e dentro) probabilmente per molto tempo. Ci vorranno anni forse, per tornare ad abbracciarci come prima, per gustarci in compagnia un aperitivo in piazza o festeggiare insieme un goal spettacolare e importante dai seggiolini dello stadio. Questo virus ha già trasformato il mondo e anche quello del pallone. L’ha sgonfiato per bene, ha sgonfiato tutto e tutti. Ci sentiamo svuotati dentro. Il calcio è un granello di sabbia in una spiaggia deserta e desolante, l’ultima cosa che conta, la meno importante però tra le più importanti: pur sempre la terza industria del Paese.

Cambieranno le strategie dei trasferimenti, muterà il mercato e non solo i tempi di sviluppo delle trattative, molti club saranno costretti a ripartire con forti indebitamenti e forse qualche realtà storica e blasonata non tornerà mai più ai livelli di prima. Il sistema alla base andrà rivisto: il monte ingaggi, i diritti tv, le politiche di ticketing sono solo le punte della cima di un iceberg destinato a crescere ancora nei prossimi mesi.

Intanto la Juve ha deciso di ridurre i salari, dare un taglio netto alle uscite per tamponare in parte il danno economico figlio dell’emergenza. Scelta virtuosa ma anche solidale. Sono stati eliminati gli stipendi di marzo, aprile, maggio e giugno 2020. È il frutto di un’intesa intelligente tra tesserati e Club. Un gesto di forte responsabilità che rende onore alla Società bianconera. Ne hanno parlato anche i massimi vertici di FIGC e Lega Calcio: in questo momento la parola d’ordine è “solidarietà”. Il calcio per tutto quello che rappresenta ha il dovere di dare esempio e risposte. Di tornare umano, al servizio del popolo, dei tifosi. Più vicino ai balconi, quelle piccole piazze di passione dove nascono esultanze e feste per un goal segnato o un trofeo alzato al cielo, molte più di quelle che si accendono allo stadio.

Non dimentichiamolo quando ripartiremo e dovremmo decidere di chiudere ancora gli impianti e far vivere le partite in tv…in chiaro. I balconi dove si rende omaggio ai successi della domenica oggi sono la nostra vera speranza, lì dove si appendono striscioni e bandiere e ognuno si veste orgoglioso con i propri colori. Quando il devastante tsunami che ci ha colti impreparati passerà, sarà il calcio di tutti, dovrà esserlo, con le sue stesse abitudini ma ambasciatore, sempre più, di sani principi. Più vero, più umano, più attento alle emozioni e meno al business. Meno assillante e polemico. Un calcio più unito con la sua gente.

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