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Editoriale

Caro Milan, ho avuto una visione…

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Non abbiamo bisogno di un altro allenatore filosofo. Rangnick da mesi è il nuovo (ed ennesimo) salvatore del Milan. Sulle colonne dei giornali, nelle analisi sul web, tra i dibattiti affogati nel mare màgnum dei Social Media Ralf è l’uomo della provvidenza, un po’ salvatore, un po’ soggetto enigmatico. Per i più focosi milanologi dei nostri tempi, Rangnick è un tecnico futurista come altri, nulla più e nulla meno dei suoi predecessori, che “tanto senza materia prima non farà mai molta strada”. Non più di quanta ne abbia fatta Marco Giampaolo da quando ha varcato i cancelli di Milanello. Condivisibile. Senza un solido organico di qualità a sostenere la guida tecnica, scordiamoci un Milan d’altri tempi. Chi di solito sostiene chi, poi, è tutto un altro capitolo della storia. Nessuno vuole sminuire le capacità del “professore”. Solitamente però è il team a sostenere il coach e alle volte basta anche solo un nome per tenere alte statistiche e posizioni in classifica. Ibra ha mantenuto in vetta orgoglio e speranze del Milan (di Pioli) più di quanto abbiano fatto flotte di giocatori nel recente passato milanista. Poi chiedetevi ancora perché domani mattina andrebbe confermato. Non ricordiamo un altro Ibra in grado di tenere a galla da solo, nell’ultimo decennio, la regata rossonera.

Un po’ prodiere, acrobatico e coraggioso, un po’ skipper, responsabile delle decisioni finali, un po’ timoniere: Ibra, il tutto fare. Operativo in campo e dietro le quinte. Consigliere di Pioli: Stefano “il normalizzatore” non ne ha mai fatto un mistero. Ho avuto una visione in questi giorni di pensieri e riflessioni forzate. Guardavo il soffitto delineando la cornice del nostro futuro e ho chiuso gli occhi. Compito coinvolgente e fantasioso. C’era Ibra nel domani a tinte rossonere e non era uomo di campo. O meglio, nel mio sogno Zlatan era in piedi e senza scarpini, elegante e statuario vicino alla linea bianca. Un vice, anche se, a dire il vero, “Zeta punto” il numero due non lo ha mai preso in considerazione. Nella mia visione evidentemente c’era un bug. Ad Arsene Wenger che lo volle fortemente all’Arsenal quando Ibra non era ancora Ibra, il predestinato di Malmoe disse: «Io non faccio prove, o mi prendi o niente, non sono qua per perdere tempo». Si aspettava di iniziare subito Zlatan: i numeri uno non fanno provini.

Nel mio sogno a occhi aperti Ibra era un passo indietro a Stefano Pioli, un po’ come quando oggi parte dalla panchina e scruta attento le movenze dei compagni seduto a San Siro col cappottone rossonero. Poi si alza, poi sbotta, poi insegna e fa eco alle indicazioni del tecnico. Ibra nel sogno era la spalla di Pioli, indefinibile nel ruolo ma prezioso. La voce del Milan, la guida, il direttore dell’orchestra, il regista a tre passi dalla scena. Era fiducia trasmessa ai ragazzi in campo, la stessa forza che ancora oggi, da calciatore, a 38 anni compiuti offre agli occhi di tutti. La fiducia nello sport è il carburante del gioco e Ibra ne è portatore sano da sempre.

Uomo a bordocampo ma anche uomo da scrivania, anche se a vederlo in giacca e cravatta è qualcosa che un po’ stride col suo stile – come dire – un po’ anarchico. Ibra è Ibra, è lontano da tutti gli altri, è strofa fuori dal coro, se indosserà mai la giacca del manager, per lui sarà ovviamente sempre troppo stretta. Un Hulk imprigionato in un ruolo non suo, non del tutto. Eppure arriverà il giorno che, scarpini appesi al chiodo, dovrà fare i conti anche con quel nodo alla cravatta. È scritto lì, da qualche parte. Nella mia visione il giorno era vicino, uno dei tanti di inizio della prossima stagione (che chissà se inizierà). Ibra era seduto alla scrivania insieme a Stefano Pioli e a Paolo Maldini, l’ultimo baluardo del “Milan ai milanisti”. Lui al centro ovviamente, e i tre dipingevano il nuovo Milan sul verde di San Siro, ne costruivano le trame, davano fisionomia ai volti chiamati a riattaccare alla presa il filo mozzato della Storia. Facevano mercato, imbastivano le trattative per costruire un gruppo competitivo e vincente: un mix di giovani volenterosi e ben proiettati al domani e di esperti campioni più prossimi al viale del tramonto. E ne usciva un bel Milan, se non altro un Milan avallato da Zlatan Ibrahimovic. Il suo sguardo soddisfatto restituiva serenità. Eravamo nelle sue mani e questo bastava.

Non ricordo chi ci fosse dalla parte opposta del telefono quando Paolo Maldini alzò il cellulare per informare che il lavoro era stato compiuto. Non aveva né un volto definito né una voce, nessun tipo di accento inglese o tono attribuito a qualche altro Paese europeo. Maldini come Ibra però sembrava convinto e compiaciuto della risposta che sentì decisa provenire dal capo opposto di quella comunicazione. Era di sicuro una risposta affermativa, di cuore e di pancia, di passione e grande senso di appartenenza. Era la risposta di una presenza chiara e autoritaria, “berlusconiana” ma non era Silvio (se fosse stato lui, il Presidente avrebbe invaso totalmente il mio sogno), era una figura che aveva di certo a cuore le sorti del nostro Milan. Come dire…era il chiaro “ok procedete” di un tifoso milanista. Col sorriso, un secondo dopo mi sono svegliato.

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