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Editoriale

Magnitudo Ibra

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Leader insostituibile, il più grande riferimento che il Milan ha avuto negli ultimi dieci anni: deve restare!

Ho dedicato la mia vita al Motorsport e al Motomondiale, in particolare gli ultimi tre anni rappresentando ufficialmente MV Agusta nel suo glorioso ritorno, a fianco di uno dei due alfieri del team Mv Agusta Forward Racing, Stefano Manzi. Insieme al mio grande amore per il motociclismo il mio cuore pulsa per il Milan da quando ho memoria. Papà mi portò allo stadio molto piccola a vedere un derby e rimasi impressionata da Ruud Gullit: quel giorno segnò l’inizio di una grandiosa storia d’amore.

Essendo di buona classe ’86, ho fatto in tempo a godermi il grande Milan e i momenti dominanti insieme ai suoi eroi. Uno di questi si chiama Kakà, il ragazzo qualunque che ce l’ha fatta. Asso brasiliano e fuoriclasse dentro e fuori dal campo. Ricky era magico e genuino. Quando lasciò la squadra si spense un interruttore che, nonostante il suo ritorno dopo qualche anno, non si riaccese più.

Ho creduto che sul campo nessuno sarebbe più stato in grado di conquistarmi così: niente più merenghe dentro il petto che ti fanno drizzare i peli sulle braccia. Poi un giorno arriva lui con il suo metro e novantacinque di potenza, testa e prepotente talento. Era il 29 agosto del 2010 e il Lecce a San Siro si era appena fatto bocciare con quattro goal. Zlatan arrivò accolto da chiassoso entusiasmo, San Siro in piedi scalpitante. Lo avevamo strappato al Barcellona e che dire, una fucilata mai digerita dai cugini della Nord ma un incredibile gioia per noi.

Si è cucito addosso la squadra, l’ha plasmata a suo ritmo e l’ha portata in alto. Zlatan è uno di quei giocatori che quando è in squadra te ne accorgi e che quando non c’è, ahimè, te ne accorgi ancora di più. È un uragano di stimoli e motivazione che investe inevitabilmente tutto e tutti. Personalità e carisma magnitudo dieci. Spacca gli equilibri trasformando in oro anche l’ultima misera e arrugginita ruota del carro. Tutto ciò va molto oltre l’abilità nei piedi, i goal e i novanta minuti nelle gambe: valore che però sembrerebbe troppo poco per il Pallone d’Oro.

Gli anni in cui purtroppo non c’è più stato non vale la pena menzionarli, fu “smembrato” un equilibrio perfetto. Scriveva una storia che non era più la nostra con una maglia di un altro colore e che infondo nemmeno voleva: visioni sofferte.

Una notte sognai di essere a Milano in una Piazza Duomo colma di persone, era impossibile camminare. Poi lo vidi, poco più avanti a me. Feci di tutto per raggiungerlo e quando finalmente ci riuscii, notai che teneva in mano un borsone e dentro c’era una maglia. La riconobbi subito: era la nostra! “Ibrahimović torna al Milan” dissero i tg e tutte le prime pagine sportive qualche mese dopo. E improvvisamente ecco di nuovo il sereno.

Noi milanisti abbiamo risposto a decine di migliaia pronti a riabbracciarlo, impazienti di rivederlo uscire dal tunnel con la nostra maglia, pronti a rivivere l’uomo e il giocatore che più rappresenta il DNA dei nostri colori. È lui l’ultima molecola rimasta del mio Milan, quello vincente, quello che non si piega, quello che non conosce la paura, che non si nasconde, che cade e si rialza più forte di prima.

Il nostro più grande simbolo oggi ha il volto di un titano con il cuore grande, la ferocia di un vincente e il fascino eterno di un Re. Il Milan è un grande Club, oggi un po’ perso vero, ma l’aura è sempre la stessa con il suo storico prestigioso e di tutto rispetto, fatto di ori e grandi coppe…e Ibra.

Ibra è Ibra mio adorato Milan, ciò che resta del tuo vecchio magico cuore e per lasciarlo andare di nuovo dobbiamo proprio essere pazzi.

Gran Premio di Valencia, ultima tappa del Motomondiale 2019

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