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Editoriale

Dedicato a quelli che dicevano

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In principio fu Ibra, il campione ormai prossimo alla data di scadenza. Figurarsi se alla soglia dei quarant’anni potrà risultare ancora decisivo. Dicevano. Figuriamoci se farà ancora la differenza. Dicevano che Ibra sarebbe stato solo un premio di consolazione, un pacco di Natale con fiocco dorato per assorbire il malumore della piazza dopo la storica disfatta di Bergamo. Il Milan è morto, pace all’anima sua. A casa, amici, bastonati dalla Dea. Quel giorno però nella tana dell’Atalanta c’era un popolo intero di milanisti a incitare i ragazzi dal settore degli ospiti anche dopo il dolore della cinquina. Dicevano sì, ma non dicevano tutto. E dicevano che Rebic sarebbe stato un fuoco di paglia dopo la prima manciata di reti rifilate a Udinese e Brescia e trasformate in sei punti in classifica. La miccia del nostro scoppiettante 2020 – sapete – l’ha accesa proprio lui. Ante.

Dicevano poi che quel Milan viaggiava a tutto gas solo perché aveva la mente libera da obiettivi, che stava correndo verso l’ennesima fallimentare evoluzione della sua vita, con l’ombra lunga di un fantomatico santone, Ralf Rangnick, pronta a coprire ogni raggio della nostra estate. Quel Milan però un traguardo lo aveva puntato eccome: l’Europa League. Anche questo, però, non lo dicevano: perché tanto, alla fin fine, sapete, conta solo la Champions. A proposito di contare (tanto contano quello che fa comodo a loro) in estate dicevano che “le classifiche alla Galliani” non sono mai contate nulla, che l’aver collezionato dopo il lockdown più punti delle squadre da vertice della Serie A era solo condimento, dava giusto un po’ di sapore alla dieta di trionfi ma zero sostanza.

Dicevano anche che la panchina di Stefano Pioli non sarebbe durata fino a Natale, che il buon Stefano il panettone a Santo Stefano quest’anno l’avrebbe mangiato comodo sul divano di casa. Un tecnico normale, dicevano. Sapete: Stefano Pioli oggi è l’allenatore del Milan dei record e vi risparmiamo la lunga carrellata di primati raggiunti. Per la verità fatichiamo a ricordarceli tutti. Non ci siamo dimenticati però che “Sandro Tonali alla fine sarebbe finito all’Inter”, promesso sposo con un certo Leo Messi (vi piacerebbe eh?) e che “Gigio Donnarumma avrebbe accettato la Juventus”. Oh finalmente: Gigione giocherà la Champions! E che Ibra era di ritorno nell’amata Svezia, dritto all’Hammarby, a finire la carriera senza responsabilità eccessive. Il Milan sta perdendo tutto, dicevano. Ma i grandi amori, come i grandi spettacoli, sono destinati a durare a lungo. Dicevano che quel Milan, puntellato senza budget dall’inesperto Paolo Maldini (messo lì in poltrona anche lui come Ibra solo per tranquillizzare i tifosi), non valeva i primi quattro posti della classifica.

Nemmeno quarti dicevano, e forse – sapete – probabilmente hanno pure ragione. Ma intanto oggi i quarti (il Sassuolo) sono lontani otto punti e uno scontro diretto. Dicevano che dopo le fortune di un inizio in discesa contro avversarie di basso rango il Milan sarebbe crollato sotto i colpi dell’armata Inter di Conte, ma l’Inter da “Lula piena” dentro il derby è stata annientata nel gioco e nel risultato. Dicevano che con l’impegno dell’Europa League la stanchezza si sarebbe vista in campionato e lì il Milan si sarebbe fermato. Anche qui purtroppo avevano ragione, in parte però, tranne per un dettaglio: il Milan non si è fermato, ha solo frenato contro Roma, Verona e Parma (tre pareggi e sempre con almeno due gol infilati nella porta avversaria).

Dicevano che senza Ibra – sulle loro lingue passato da campione finito a fenomeno della Serie A – il Milan di Pioli non avrebbe spento il motore, l’avrebbe addirittura fuso. Sarebbe scoppiato! Invece guarda un po’, media punti più alta proprio senza Zlatan. Dicevano anche dei rigori, troppi e regalati, omettendo però dalla loro insipida e superficiale analisi un pugno di particolari: il Milan è la squadra della Serie A che da settembre ha conquistato più corner e quella che dopo il Napoli conclude di più, prova più volte il tiro. Il Milan di Stefano Pioli satura l’area di rigore con alto grado di pericolosità più di quanto facciano la maggior parte delle sue avversarie.

Ogni loro provocazione alla fine – vedete – è stata prontamente smentita. L’ultima pochi giorni fa: il pareggio di Marassi col Genoa è il segnale – dicevano – che la magia per i rossoneri è davvero finita. La volta buona insomma. Ma poi…Sassuolo e Lazio, due vittorie di carattere. Sei punti. L’Inter – dicevano – a Natale sarà in testa alla classifica. Dicevano bene. Materazzi avevi proprio ragione! Antonio Cassano – il sindaco della cricca – ha detto di aspettarsi la prima sconfitta del Milan per “vedere la reazione”. Forse, intende l’ennesima reazione di un gruppo che ha reagito alla grande a ogni difficoltà che ha incontrato lungo questi infiniti dodici mesi di calcio. Ma intanto dice il buon Cassano, parla, sparla e attende.

Secondo la cricca l’Inter avrebbe salutato l’anno in vetta, più in alto di tutti. Anche qui dicevano e avevano ragione loro. Ci sono classifiche e classifiche. In quella che annovera le peggiori squadre della fase a gironi di Champions – proprio quella che intendono loro – per qualità/prezzo l’Inter è sicuramente prima. È matematica e non si discute. Regina di un imbarazzante fallimento. In campionato invece sbuffa alle spalle del Milan. Un consiglio Marco, Antonio, Marcantoni vari: non dite più nulla, anzi continuate a dire. Forse un record lo conquistate anche voi. E non spingete per carità, non è sportivo, avete tutto il tempo per superarci. Buone Feste amici. Dalla vostra vetta salutate pure. L’altra capolista vi guarda e sorride.