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Kjaer: «Qui mi sento un leader, Pioli è l’allenatore perfetto per me»

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Il difensore danese, 31enne, è con Ibra il veterano del gruppo: «Il prossimo sogno? Tornare in Champions, da milanista».

Lunga intervista questa mattina a Simon Kjaer sulla Gazzetta dello Sport. Il leader della difesa rossonera, a Milanello da gennaio, ha spaziato su tutti i temi di attualità. Ecco cosa ha dichiarato.

LO SBARCO SU INSTAGRAM: «Ho deciso di aprire un profilo per i tifosi, se posso dare loro qualcosa anche fuori dalle partite sono felice. Ma lo ammetto, faccio ancora fatica».

LA CRESCITA PERSONALE: «La mia storia parla chiaro, ho bisogno di sentire fiducia: ho sempre ripagato i tecnici che mi hanno dato continuità».

IL LAVORO DI PIOLI: «Quando ho dei dubbi o penso che ci siano aspetti tattici che si possono cambiare per migliorare il rendimento individuale e collettivo, mi ascolta: vuole trovare la situazione ideale per i suoi giocatori. Alla fine ovviamente decide lui, ma c’è dialogo. È l’allenatore perfetto per me»

SIMON E LA LEADERSHIP: «Mi sento un leader, in campo e in allenamento. Osservo gli altri e do una mano. Cerco sempre di dare l’esempio, mi faccio sentire. E provo a trasmettere un messaggio ai più giovani, perché negli anni ho imparato che non bisogna mai accontentarsi: ora siamo primi ma non possiamo adagiarci sulle soddisfazioni del momento, dobbiamo lavorare per crescere ancora. Maldini e Massara mi hanno portato al Milan per avere una voce nello spogliatoio e per dare una mano con i più giovani. Sono arrivato in un momento complicato, ma nonostante le critiche che piombavano addosso ai giocatori sapevo che qui c’era qualità. Ora siamo all’opposto: i risultati arrivano, c’è entusiasmo. Ma ricordiamoci che non ci vuole molto a tornare indietro».

È UN MILAN MATURO: «Sfruttiamo l’esperienza accumulata negli ultimi sei mesi, ci ha fatto maturare tanto e velocemente. Ormai siamo giovani solo sulla carta di identità, perché abbiamo dimostrato di essere una grande squadra, raggiungendo un livello molto alto. Proviamo a riportare il Milan dove deve stare. Scudetto? Siamo in testa, per cui certo, possiamo vincere. La stagione però è ancora lunga, occorre continuare a vivere partita dopo partita come stiamo facendo. Lo scudetto non deve diventare un’ossessione: deve essere un obiettivo perché siamo il Milan e la storia del Milan è fatta di titoli. Dopo tanti anni lontano dal vertice siamo lì, faremo il massimo per tornare in Champions e proveremo a lottare per il campionato, abbiamo il dovere di crederci».

IL RAPPORTO CON IBRAHIMOVIC: «Per capacità di abbinare tecnica e fisicità Zlatan è unico al mondo, non ho mai visto attaccanti dominanti come lui. Il rapporto con lui è ottimo, come con gli altri».

ROMAGNOLI E GABBIA: «Alessio è un grande difensore, non si può discutere come fa qualcuno: dopo un lungo infortunio è normale soffrire un po’. Ale tira dritto e si allena bene: presto lo rivedrete al top. Gabbia punto di riferimento per il futuro? Senza dubbio. Io e Matteo parliamo tanto, mi ricorda me da giovane: ha voglia di imparare, ascolta».

I LANCI PER IBRA: «Lanciare mi piace fin da quando ero ragazzino. Poi ovvio, se davanti hai Ibra hai più possibilità di riuscita. Se giochi sempre corto diventi prevedibile, con la verticalità induci i marcatori avversari all’errore, crei spazio per chi si inserisce: essendo un difensore lo so bene, e quando ho la palla provo a leggere le situazioni e a servire Ibra».

IL RITMO DELLA STAGIONE: «Come mi gestisco fisicamente? È una linea sottile, non puoi permetterti di sbagliare: il tempo tra un match e l’altro è per lo più recupero. Il che non significa che non ti alleni, ci sono sempre piccole cose da curare. Lavorare con Pioli mi aiuta: a volte gli dico “Oggi farei solo una parte in gruppo, preferisco lavorare con il preparatore”. Lui si fida, sa che tutto è finalizzato alla partita».

LA PARENTESI CON L’ATALANTA: «A Bergamo ho giocato 6 partite, non abbiamo mai perso. Gasperini non mi ha mai detto “sei troppo in là con gli anni” o “giochi male”, lasciarmi fuori è stata una decisione tattica. Ma non ho nulla contro di lui: non ha funzionato. Ho accettato le sue scelte, e quando non giocavo ne approfittavo per allenarmi. Volevo farmi trovare al top per la chiamata successiva, è arrivato il Milan. È andata bene, no?».

IL MAL DI PANCIA DI ERIKSEN ALL’INTER: «Siamo molto amici, ci sentiamo ogni settimana e appena possiamo ci vediamo. Mi ricorda la mia situazione a Bergamo: a volte le idee e i metodi di un tecnico vanno benissimo per te, a volte meno. So che non mollerà».

IL RITORNO IN SERIE A OTTO ANNI DOPO: «Si gioca un calcio più dinamico, diretto, offensivo. E la differenza tra le big e le cosiddette piccole si è molto ridotta: oggi non puoi permetterti di giocare all’80% e portare a casa la partita. Mi piacciono il Sassuolo, sempre propositivo, l’Atalanta, intensa e aggressiva, e il Verona: gioca uomo a uomo, corre, ti fa sudare, lo avete visto…».

L’ATTACCANTE PIÙ OSTICO: «Dipende dalla partita. L’Inter ad esempio ha due grandi punte ma per caratteristiche Lautaro mi ha messo più in difficoltà di Lukaku, più mobile, più imprevedibile. E poi c’è sempre Ronaldo: in area è quasi immarcabile».

MILAN MACCHINA DA GOL: «Abbiamo molti modi di attaccare e di far gol. Manco solo io? Io posso aspettare, per me conta di più arrivare al 90′ senza gol subiti».

LA CONFERMA AL MILAN IN ESTATE: «Ho sempre pensato che avevo fatto tutto il possibile, ma sapevo che a decidere sarebbe stata la società. Quando ho firmato ho vissuto un sogno, e continuo a viverlo ora che siamo primi».

IL PROSSIMO SOGNO: «Tra sogni e obiettivi il confine è strettissimo: iniziamo tornando in Champions da milanista. Poi mi piacerebbe chiudere qui la carriera. Sono ancora giovane, no?».