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Milan a caccia del gol: è quindicesimo, per l’Europa serve la svolta

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È il grande problema dell’ultimo decennio: al Milan manca l’uomo delle decisioni finali, l’esecutore infallibile, pronto a cogliere in area le invenzioni di fasce e trequarti.

I numeri non raccontano meglio delle parole, però aiutano a comprendere. E quelli che fin qui ha collezionato l’attacco del Milan di Pioli, passato dalle mani di Giampaolo in autunno, completano il grigiore di un quadro di per sé già sfocato dalle prestazioni. Performance in campo pessime in alcuni casi, leggi Bergamo ultima tappa del 2019. Se il Milan vuole tornare protagonista in Europa, alla ripresa, da Lecce in poi, è obbligato a invertire totalmente la rotta, a farlo con continuità e non solo a tratti come successo nel primo tempo del derby di ritorno, giusto per fare un esempio.

Per la verità, nel nastro della stagione rossonera di esempi da seguire non ce ne sono molti. A trovare una seconda prestazione degna di nota, dopo i 45 minuti di Inter-Milan, in campionato si fa molta fatica. Bisogna sconfinare in Coppa Italia, nel match di andata a San Siro contro la Juve di Ronaldo e Sarri. Anche quel Milan tuttavia, che chiuse 1-1 il primo round con Madama, ha evidenziato un enorme problema nella propria meccanica. Gli manca il gol, la realizzazione ultima e decisiva che nel calcio vale oro a palate.

I numeri, appunto, rendono più nitida la situazione: in Serie A oggi i rossoneri sono la 15esima squadra per gol realizzati, in media 1.08 a partita. Ciò che più fa riflettere però, nell’analisi in parallelo, è la quantità di conclusioni create dai rossoneri nella metà campo degli avversari (286, di cui 143 nello specchio della porta), che fanno balzare il diavolo in graduatoria avanti di otto posizioni. In altri termini, il Milan di Stefano Pioli crea bene ma concretizza male. Gli manca qualcosa soprattutto là davanti. Ed è evidente.

Non sono gli esterni o gli uomini sulla trequarti il problema. Certo, se Calhanoglu calibrasse meglio la mira, molte più frecce di quante solitamente scocca dalla distanza – e che sono nelle sue corde – arriverebbero a bersaglio. Ma non è tanto l’ex Bayer il fulcro dei guai rossoneri, e nemmeno lo sono gli uomini di fascia, quelli dei lanci e delle sciabolate, perché alla voce “cross” – altra categoria di cui tener conto – il Milan se la cava anche discretamente bene: è quinto nella lista a quota 160 cross utili. Un dato che non dice molto, è vero (in testa c’è il Lecce che nella corsa a punti è in piena zona retrocessione) però intanto sottolinea quanto i flussi un po’ a destra e un po’ a sinistra funzionino.

Il vero guaio è in mezzo all’area. Nel Milan manca l’uomo del gol, il funambolo nel posto giusto al momento giusto, il nove che insacca e dà un senso al lavoro dei compagni. Non è Ibra, per età e caratteristiche. Anche se Zlatan la scossa l’ha data, il profilo che completerebbe il reparto è più simile a Rafael Leao. Un Leao di quantità però, di sostanza, brillante e presente, e non il lontano parente visto fino ad oggi dalle parti di San Siro. E non è nemmeno Ante Rebic, più elemento esterno che attaccante puro. I sigilli del croato hanno risollevato il Milan da gennaio e fino al blocco della Pandemia, ma non bastano ad alimentare l’ottimismo per il futuro appena dietro l’angolo.

Stefano Pioli deve necessariamente trovare un’alternativa tattica all’ex Eintracht (oggi a maggior ragione con Zlatan fermo ai box per almeno un mese) mirando a migliorare le percentuali realizzative di tutto il reparto. Sperimentare, cambiare, inventare qualcosa. Magari stuzzicando Paquetà in un ruolo non suo, più avanzato. O risvegliando appunto il dormiente Leao. Pioli deve ritrovare l’arma del Milan, quella che il Club sperava di aver nei piedi di Piatek anche quest’anno. L’ex Genoa è l’ultimo di una lista infinita di pugnali, spade, baionette di classe e dai colpi taglienti. André Silva, Kalinic, Luiz Adriano, Lapadula. Torres e Higuain i ferri più luccicanti in copertina. Tutti, però, arrugginiti troppo presto.

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