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L’intervista esclusiva del mensile rossonero Forza Milan! al nostro numero 9, Gianluca Lapadula.

Passato in 5 anni dalla Seconda Divisione di Lega Pro al posto da titolare nel Milan, Gianluca Lapadula racconta la sua natura battagliera sul terreno di gioco, ispirata da Braveheart e dal suo protagonista, al quale deve anche il soprannome: Sir William Wallace. Il suo spirito di abnegazione l’ha distinto nei primi anni della sua carriera, consentendogli di debuttare in Serie A a 26 anni, con la maglia del Milan, dopo tanta gavetta.

Qual è il tuo primo ricordo di calcio?
«Ricordo di aver iniziato come portiere in una squadra dilettantistica di Torino, il Pertusa. Quello è stato il primo passo verso il calcio».

Ti ricordi il momento in cui hai capito che il calcio poteva diventare il tuo lavoro? Quando hai capito che potevi veramente farcela?
«Non credo ci sia stato un momento preciso. Però ho sempre avuto qualcosa dentro che non mi spiegavo…poi, col tempo, son riuscito a dare un nome a questa sensazione: voglia di arrivare».

Hai fatto tanta gavetta. Se non avessi avuto quel fuoco, con tutti i momenti difficili che hai passato, ti saresti perso?
«Sì, credo che il mio approdo al Milan derivi da tante cose, ma soprattutto dall’atteggiamento che ho sempre avuto, quella voglia di rincorrere sempre l’avversario e non mollare mai. Lo facevo anche in Serie C2, in Slovenia, in Lega Pro e in Serie B. È sempre stata una mia caratteristica. Un altro tassello importante per la mia ascesa è stato crederci sempre, anche quando nessuno ci avrebbe creduto».

Il primo pensiero sul Milan?
«È la squadra più gloriosa in Italia. Quando ho sentito “Milan”, ho subito detto di sì. Una squadra del genere non può essere rifiutata perché ha un trascorso, una storia, una società strutturata ed organizzata. Questo è stato il mio primo pensiero sul Milan e lo posso riconfermare ora».

Un errore che non rifaresti?
«Il rigore a Doha. Mi ha portato tre giorni di pensieri, poi ho ringraziato i miei compagni che mi hanno salvato vincendo. Alla fine, mi sono reso conto che mi ha dato ancora più carica per il futuro: in questi giorni mi sono allenato con ancora maggiore concentrazione e ieri, in partitella, ho voluto calciare a tutti i costi un rigore. Si è rivelato uno stimolo in più, ma solo dopo i primi tre giorni in cui, con la testa, c’ero ma non c’ero».

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