Il Milan di Silvio Berlusconi era famoso per il “Bel Giuoco”, con l’addio all’ex proprietario finisce un’epoca, La nuova gestione invece…
In queste settimane di giugno tutto è sembrato precipitare. L’addio di Ibra, Maldini e Massara “fatti fuori” e la scomparsa del presidente Silvio Berlusconi. Lui sì fu un rivoluzionario: inventò nuovi ruoli organizzativi nel management. Per l’attuale proprietà l’importante è la riduzione dei costi. Rispuntano i parametri zero. Ah, Theo Hernandez può partire per 60 milioni, un vero “affare”.
Sono stati anni indimenticabili. Sono stati giorni molto tristi. I primi si riferiscono chiaramente all’epopea berlusconiana dei 29 trofei in 30 anni. I secondi ad una settimana che, con la scomparsa di Silvio Berlusconi, ha decretato la fine del Giuoco. Il Milan che conoscevamo non esiste più. Quella società unica per competenza e trofei vinti non esiste più.
Un segmento di Dna rossonero avrebbe potuto sopravvivere ed essere trasmesso, ma giusto una settimana prima della scomparsa del presidente più vincente della storia, la proprietà attuale di questo Milan ha deciso che si poteva benissimo fare a meno di Paolo Maldini, il giocatore con più presenze con la maglia del Milan (902, numero che difficilmente potrà essere solo avvicinato), definito “il miglior difensore di tutti i tempi”, inserito nel miglior Undici di tutti i tempi da World Soccer, che per chi non lo sapesse non è una semplice rivista.
Ma la Bibbia del calcio. Potrei continuare, perché siamo sicuri l’attuale proprietà del Milan non ne sia tutt’ora a conoscenza. Non una sensazione, ma una constatazione, considerato che lo stesso Gerry Cardinale non sapeva che il Milan avesse vinto “così tante Champions”. Ecco, ben cinque sono state conquistate da Paolo Maldini.
Le 5 Champions rimandano ancora una volta a Silvio Berlusconi, che sarà parametro di riferimento costante per l’eternità. Soprattutto in giornate in cui i punti di riferimento sono venuti a mancare con una leggerezza sorprendente. Sorprendente, se pensiamo ai possibili risvolti sportivi, perché determinate decisioni sono state prese da personalità sicuramente competenti. Inciso: qui non metteremo mai in dubbio competenza e serietà, mai mancheremo di rispetto, ci limitiamo solo ad esprimere il nostro dispiacere nel vedere allontanata una figura della caratura di Paolo Maldini, per di più (non) sostituita da un algoritmo.
Permetteteci solo di rinnovare questo sentimento, non facile da smaltire. A maggior ragione dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi. Perché proprio Paolo Maldini fu l’emblema del Milan berlusconiano. Questione di riconoscenza, stima, affetto.
Tutti concetti difficili da conciliare con il nuovo corso, fatto di logiche completamente asettiche e puramente contabili. Chiariamo per i più giovani. Silvio Berlusconi era disposto a rimetterci di tasca propria, entro certi limiti, per il bene del Milan. Parliamo pur sempre di un capo d’azienda. Gerry Cardinale ha ammesso in più di un’occasione che i suoi obiettivi sono l’abbattimento dei costi e i ricavi.
Scordarsi, dunque, la “sacralità” del Milan berlusconiano. Ma non scordiamoci la rivoluzione che fece Berlusconi. Perché lui sì inventò nuovi ruoli organizzativi nel management, la cosiddetta figura del team manager. Parliamo sempre di colui che ha gestito il Milan come un’azienda. Con una particolarità, non sempre sottolineata a dovere: Berlusconi in primis era un grande intenditore di calcio, che seppe attorniarsi di altrettanti intenditori: dal braccio destro, Adriano Galliani ad Ariedo Braida. Figure che il nuovo corso non contempla nemmeno.
Una preoccupante tendenza che riguarda il nostro calcio. Se prendiamo in esame le squadre di vertice del nostro calcio, osserviamo come: il Napoli sia di fatto senza direttore sportivo, Cristiano Giuntoli è “totalmente demansionato” e la scelta di Rudi Garcia da parte di De Laurentiis che ha coinvolto solo l’a.d Chiavelli lo conferma. Anche la Lazio è senza direttore sportivo, Tare non è stato rimpiazzato. In casa Juve, nel caso concreto Giuntoli non riesca a liberarsi, è stato promosso Giovanni Manna dalla NextGen.
L’Inter ad oggi è la sola ad aver mantenuto una struttura solida, con tre del calibro del ds Piero Ausilio, del vice ds Dario Baccin e l’a.d Beppe Marotta saldamente al loro posto. Al netto dell’Inter, che a giugno dimostra di partire avanti rispetto a tutte le concorrenti, il nostro calcio sta perdendo la figura che lega proprietà, squadra e allenatore. Direte, come in Inghilterra. Peccato che in quel ruolo abbiamo i migliori al mondo: da Giuntoli a Sabatini, dicevamo di Tare, Maldini e Massara, Petrachi, Marino, Bigon e potremmo continuare. Figure professionali che ci invidiano in tutto il mondo e giustamente stanno tutti a casa, svincolati.
L’età dell’oro della gestione Berlusconi
Milan, l’addio a Berlusconi segna la fine del Giuoco. E l’obiettivo della proprietà…
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Il problema, almeno in Casa Milan, è che la proprietà che decide di rinunciare al ds lo fa solamente per snellire il processo decisionale. L’obiettivo è sempre quello: ridurre i costi, risparmiare. Quindi, per piacere, non chiamatela rivoluzione. Rivoluzione sì, all’indietro. Come può una società come il Milan, con una proprietà che sta dall’altra parte dell’oceano, affidarsi solamente all’allenatore e ad una figura che fino lo scorso anno faceva il coordinatore scout? La risposta è sotto gli occhi di tutti. Al 17 giugno il mercato è completamente fermo. Paralizzato. Ma peggio ancora, sembrano mancare idee chiare. Tanto è vero che circolano solo parametri zero.
Ma come, criticavamo tanto Adriano Galliani e i suoi colpi a zero, e che colpi, per ritrovarci senza ds, con un mercato low cost, dove gli unici nomi che si fanno sono parametri zero. Su tutti, spicca Marcus Thuram, l’attaccante francese che dal 1° Luglio sarà libero dal contratto che lo lega al Borussia Monchengladbach, il Milan offre quasi 5 milioni di ingaggio, ma è anche pronto a garantirgli la titolarità, perché stando ai soldi, il Psg è pronto ad offrire molto di più.
Nelle ultime ore è stato rilanciato il profilo di Luka Romero, 18enne argentino, in scadenza con la Lazio tra due settimane. Kamada? Tutto era fatto dal duo Maldini-Massara, ora si stanno rivedendo i dettagli dell’operazione. Buttate nel cestino le trattative avviate per Sergej Milinković-Savić, Domenico Berardi e Marko Arnautovic, ritenute da Furlani operazioni non in linea con il budget estivo di 35 milioni di euro più i ricavi dalle cessioni.
A proposito di cessioni. Giusto per tirare su il morale ai tifosi rossoneri, in queste settimane di giugno in cui tutto è sembrato precipitare, leggiamo con una leggerezza altrettanto surreale che Theo Hernandez per 60 milioni può benissimo partire, perché il triplo di quanto speso dal Milan nel 2019 per acquistarlo dal Real Madrid. Ottimo, ormai si ragiona solamente in termini di saldi e risparmi. Tanto valeva restassero Berlusconi e Galliani, anche solo per riconoscenza, stima e affetto. Per inciso, tra i parametri zero di Adriano Galliani, ricordiamo: Cafù, Rivaldo, Tomasson, Davids, Vieri, van Bommel, Muntari, Montolivo, Flaminì, Menez e il Kakà bis.
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